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L’immagine insiste su un dettaglio del corpo, la bocca, come punto di concentrazione dello sguardo.
La bellezza non è idealizzazione ma tensione: nasce dal tempo dell’osservare.
In questo spazio, l’oggetto osservato restituisce lo sguardo,
mettendo in crisi la distinzione tra chi guarda e chi è guardato.

La bellezza, in questo contesto, non coincide con l’ideale né con la forma compiuta. È una tensione che si genera nel tempo dell’osservazione, nella persistenza dello sguardo che non trova immediata risoluzione. Il desiderio non nasce dall’immagine in sé, ma dal suo trattenere lo sguardo, dal suo rimandare continuamente il significato.

In questo spazio di sospensione, l’oggetto osservato smette di essere passivo. L’immagine restituisce lo sguardo, lo mette in discussione, lo espone. L’osservatore non è più esterno all’opera, ma coinvolto in una relazione instabile, dove i ruoli si confondono e la distinzione tra chi guarda e chi è guardato si fa incerta.

L’opera si colloca così in una zona di attrito: tra visibile e desiderabile, tra presenza e proiezione, tra corpo e immagine. È in questa frizione che l’arte trova il suo spazio, non come rappresentazione, ma come esperienza dello sguardo stesso.

Lo sguardo non è mai neutro.

Non si limita a registrare ciò che ha di fronte, ma costruisce una relazione, un campo di tensione tra chi osserva e ciò che viene osservato. Ogni sguardo porta con sé una storia, un desiderio, una durata.

Marco Mazzi & Alessio Guarino. Elisabetta Porcinai. Villa Rondinelli.   Fiesole 2020